Altro che stranieri. I cinesi, a Milano, sono di casa da un secolo. La storia della comunità è storia meneghina, come i romanzi di Scerbanenco o le cronache del Corriere della Sera.
I primi fecero capolino con l’Esposizione Universale del 1906, ma è tra il 1926 e il 1927 che arrivarono i venditori di perle finte capostipiti dei sino-milanesi. Quegli immigrati passarono attraverso l’infamia delle leggi razziali e con la guerra furono internati perché “cittadini di Paesi nemici”, eppure in tanti continuarono a vivere e a fare i commercianti o gli artigiani in quell’antico Burgh di Scigulatt che si stava trasformando nella nuova Chinatown.
I cinesi diventavano milanesi, il loro destino si legava a quello della città e due mondi fino ad allora divisi dalla geografia e dalla Storia si fondevano. Nel 1962, quattro soci aprirono la Pagoda, primo ristorante cinese di Milano e apripista di un nuovo trend imprenditoriale per la comunità. Nel 1967 Mario Tschang, figlio di una coppia mista, fondò invece l’Osama, aprì un canale di importazione dall’Oriente e poi avviò la produzione propria, quella del mitico pennarello Uniposca.
Al Mudec, il Museo delle Culture di Milano, vecchi articoli di giornale, oggetti, vestiti, foto di famiglia ingiallite hanno raccontato fino allo scorso 17 aprile questa epopea nella mostra Chinamen, curata da Daniele Brigadoi Cologna. Ad accompagnarla, un documentario animato e una graphic novel con lo stesso nome, creati da Matteo Demonte e Ciaj Rocchi ricostruendo la storia delle più antiche famiglie italo-cinesi.
Chinamen non era al Mudec per caso, ma è stata la ciliegina sulla torta del programma culturale “Milano Città Mondo #02 Cina” organizzato dal museo insieme all’Ufficio Reti del Comune di Milano e al Forum della Città Mondo, espressione delle tante comunità internazionali che vivono in città. Il focus sui cinesi ha seguito quello su eritrei ed etiopi, ora toccherà ad albanesi, egiziani e filippini.
Il Forum e il suo braccio operativo, l’Associazione Città Mondo, di fatto abitano al Mudec e lì promuovono eventi, mostre, dibattiti e performance, tra la biblioteca interculturale e lo Spazio delle Culture intitolato a Khaled al-Asaad, l’archeologo siriano martirizzato a Palmira dall’Isis. Sono la voce di centinaia di associazioni di nuovi milanesi, che in questo modo diventano protagonisti anche dell’offerta culturale della loro città.
C’è Città Mondo, ad esempio, dietro il progetto Mudec Pop – Popoli, Oggetti, Partecipazione, con tante diverse iniziative e una parola d’ordine: coinvolgimento. Si va dagli immigrati che diventano “libri umani”, pronti a narrare ai lettori/visitatori la propria storia, a quelli che portano in giro per la città “valigie delle meraviglie” con dentro oggetti della collezione da far conoscere ai milanesi e sui quali raccogliere suggestioni da riportare poi al museo.
“Il Mudec non è solo un luogo di conservazione, ma soprattutto un luogo di esperienza con un’identità sperimentale, un centro di ricerca multidisciplinare, reso vivo e stabile attraverso la presenza e le attività del Forum e dell’Associazione Città Mondo” dice a Mixità l’assessore alla cultura Filippo del Corno. “Una missione e un’identità complessa per un museo: quella di essere un luogo dove la differenza tra le culture generi la cultura delle differenze”.
Mixità