“Mia moglie dice sempre che bisogna sognare in grande. Ha ragione. Appena arrivato dal Venezuela in Italia ho fatto l’autista al mercato, l’aiutante di un fotografo e altri lavoretti trovati via internet. Riuscivo a viverci, ma non mi bastava. Volevo di più. Volevo essere un imprenditore e oggi eccomi qua”.
Pedro Manuel Fazzino sogna in grande dietro la vetrina del negozio Mail Boxes Etc. che ha aperto da meno di un mese in via Cristoforo Colombo, nel quartiere Crocetta di Torino. È titolare e solution manager, una sorta di mr. Wolf risolvi-problemi sempre a caccia di aziende alle quali offrire decine di servizi. Dietro al bancone passa più tempo la sua dolce metà , Danielys, pronta ad accogliere e aiutare i clienti che entrano a spedire un pacco o a scannerizzare un documento.
Fazzino è tra i 650 mila immigrati che fanno impresa in Italia, iscritto al più ristretto club degli affiliati a una rete di franchising. “I vantaggi sono tanti. Lavori in proprio, ma non sei solo, hai formazione e supporto costante. Poi c’è la forza del grande marchio. Qualche giorno fa è arrivato da noi un signore che aveva semplicemente cercato ‘spedizioni’ su Google. Se ci fossimo chiamati Pinco Pallino, non sarebbe mai successo”.
La nuova avventura è iniziata per caso. “È arrivata una mail promozionale a Danielys, ci siamo informati e siamo andati a fare un colloquio a Milano. L’idea ci ha entusiasmato, Mail Boxes Etc. c’era pure a Maturin, la mia città . Dopo tanto cercare ci è sembrata l’occasione giusta. Abbiamo venduto delle proprietà che avevamo in patria per poter fare l’investimento iniziale e ci siamo lanciati in questa avventura”.
Di avventurieri come Pedro e signora ce ne sono anche altri. “Non ci sono dati e rilevazioni specifiche, ma ci risultano comunque franchisee stranieri in diversi settori” spiega a Mixità Emanuele Basile, coordinatore sportelli franchising di Assofranchising, l’associazione di categoria che rappresenta oltre 200 marchi. “Certamente è uno sbocco interessante per chiunque desidera mettersi in proprio con minori rischi e assieme ad un brand noto che conosce già il mercato di riferimento e l’iter corretto per aprire un punto vendita o avviare un’attività nei servizi”.
Cosa possono dare in più a quei brand gli imprenditori immigrati? “Capacità di adattamento e coscienza di esigenze specifiche di una fetta sempre più larga di consumatori stranieri sono entrambi valore aggiunto, così come l’innegabile volontà di raggiungere obiettivi importanti e difficili che la loro esperienza diretta testimonia”, spiega Basile. Che però avvisa: “Lo spirito imprenditoriale varia da persona a persona ed è fortemente influenzato da troppi fattori per essere riconosciuto come più prominente in casi specifici”.
Mail Boxes Etc. sembra essere un ottimo osservatorio. “Abbiamo affiliati stranieri e puntiamo ad averne altri” dice a Mixità Barbara Maccarrone, Retail Network Development Manager di MBE Italia. “È fondamentale il desiderio di mettersi in proprio, insieme a ottime capacità relazionali e commerciali, spirito di squadra, orientamento alla vendita dei nostri servizi. Infine, serve una capacità finanziaria, minima, per far fronte all’investimento”.
I franchisee immigrati, però, potrebbero già avere una marcia in più. “Chi deve reinventarsi un futuro in un Paese diverso da quello di origine ”“ riflette Maccarrone - è costretto a mettere in campo risorse personali e professionali che sono alla base di qualsiasi attività imprenditoriale, dalla capacità di adattamento e di gestire il cambiamento a un grande spirito di sacrificio”.
La rete MBE è presente in oltre 30 Paesi con circa 1600 imprenditori, due terzi dei quali fuori dall’Italia. “Un format riconosciuto in tutto il mondo certamente è familiare per le persone straniere, che possono facilmente proporre i servizi sia alla tipica clientela MBE sia ai loro connazionali” sottolinea la manager. E così, dietro gli immigrati pionieri del franchising, spuntano di nuovo anche 5,5 milioni di nuovi consumatori: “Un target certamente interessante, in Italia abbiamo già numerosi clienti stranieri”.
“Qui passano molti immigrati, anche sudamericani come me”, conferma Gerardo Josè Echeto Abissi, che il primo ottobre scorso ha rilevato un punto vendita MBE in viale Famagosta, a Milano. “La mia famiglia aveva tre farmacie a Maracaibo, che gestivo io, e un’azienda agricola. La situazione era diventata molto pesante. C’era troppa criminalità , non eravamo più al sicuro. Così nel 2015 sono partito”.
Grazie alle origini italiane, è riuscito a prendere subito la cittadinanza. Trovare di che vivere è stata un’altra storia. “Ho sempre lavorato in proprio, ma non sapevo bene la lingua e quindi pensavo di ricominciare come dipendente. Dopo diversi mesi e un migliaio di curriculum spediti inutilmente ad aziende di tutti i tipi, ho pensato di mettere a frutto la mia esperienza e ho cercato MBE, che già conoscevo”.
“Ho ancora qualche difficoltà con il dialetto milanese, ma faccio progressi. Intanto gli affari vanno bene” assicura con una punta di orgoglio. “Per ora facciamo per lo più spedizioni, ma punteremo anche su grafica e stampa. In negozio ho un collaboratore, io sono sempre fuori in cerca di clienti. È indispensabile per crescere”.
Mixità