“Across the desert sands they roll, getting out of that old dust bowl, They think they’re going to a sugar bowl”… Quando Woody Gootry cantava illusioni e disillusioni dei migranti, aveva sotto gli occhi migliaia di poveri americani che cercavano fortuna in California, ma di fatto cantava una condizione universale.
Non a caso la sua Do Re Mi, insieme a Chitarra Romana, è nella colonna sonora di Piazza Vittorio, il film documentario che Abel Ferrara ha presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia. È il racconto di una giornata nel cuore multietnico della Capitale, che ha per protagonisti i suoi vecchi e nuovi abitanti, italiani, nigeriani, bangladesi o moldavi che siano, commercianti, rifugiati, artisti o irregolari: di fatto tutti romani.
Abel Ferrara intervista le tante anime del quartiere. “Ne viene fuori una giornata surreale e neorealista” si legge nella scheda del film. “Non è solo il racconto di una piazza ma il racconto di un’Italia che cambia e che cerca a tutti i costi la strada dell’integrazione”.
“L’idea era un po’ quella di scrivere un diario sui miei tre anni a Roma vissuti in questa zona e quindi raccontare le persone che incontravo, quelle che conoscevo già e quelle che non conoscevo” ha spiegato il regista de Il Cattivo Tenente, che ha l’immigrazione nel sangue: è nato infatti quasi settant’anni fa nel Bronx, a New York, da un figlio di italiani originari del salernitano e da una figlia di irlandesi.
“Mio nonno volle andare a New York per trovare lavoro, io ho fatto il percorso inverso. Noi abbiamo scelto, seguendo il concetto americano della ricerca della felicità che dovrebbe essere un diritto universale. Ma chi fugge dalla Siria, dall’Africa fugge dal pericolo, dalla fame”.
Ferrara non chiude gli occhi davanti alle più recenti difficoltà nell’accoglienza. “Gli africani - dice - sono da sempre a Roma, perché sono diventati un problema ora? E poi scappare da una guerra, essere un rifugiato, è differente dall’essere un immigrato. Non so se Roma è preparata per gestire la situazione ma in molti, intorno a me, fanno del loro meglio”.
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