Hanno fatto molta strada per arrivare in Italia e una volta qui non restano a piedi. Patente in tasca, comprano e guidano auto e moto. Tante che non basterebbe l’A1 Milano ”“ Napoli a farcele viaggiare tutte insieme, neanche a passo d’uomo.
All’inizio di maggio 2016, secondo i dati forniti dal ministero dei trasporti a Mixità , in Italia circolavano 3,030 milioni di auto intestate a nati all’estero, il 6,5% del totale. I centauri erano molti di meno, in sella a 302 mila moto, il 4,2% di quelle che si vedono sulle nostre strade. In realtà auto e moto degli immigrati sono anche di più, perchè dalle statistiche sfuggono quelle con targa estera, arrivate direttamente dal Paese d’origine del proprietario e non reimmatricolate.
La classifica delle nazionalità è aperta da 454 mila auto intestate a cittadini romeni, il 15% del totale, 398 mila (13%) hanno invece un proprietario marocchino, 277 mila (9%) albanese. Un terzetto coerente con il numero di presenze in Italia, che vedono in testa proprio queste tre comunità . Cosa possono significare questi numeri per il mercato dell’auto?
“C’è evidentemente un segmento interessante, che le case automobilistiche farebbero bene a studiare” commenta per Mixità Giuseppe Berta, storico dell’industria e docente della Bocconi. “Finora gli immigrati si sono orientati prevalentemente sull’usato, ma col radicamento in Italia e la stabilizzazione del reddito compreranno anche auto nuove, serviranno offerte su misura”.
Che tipo di auto farebbe al caso loro? “Possono dircelo con precisione solo ricerche di mercato serie. A naso, penserei a vetture essenziali, come quelle a volte pensate per i mercati emergenti, più di sostanza che di apparenza, magari buona sia per portarci la famiglia che per lavorare. L’auto per un immigrato può essere anche uno standard di benessere e di raggiunta cittadinanza sociale, ma non siamo più di fronte a uno status symbol, conta soprattutto per il servizio che svolge”.
Secondo il professor Berta si tratta insomma si assecondare una tendenza già evidente. “Pensiamo alle driverless car di Google, dove non si è più nemmeno guidatori e quindi scompare l’identificazione. L’auto è ormai uno strumento, chiediamoci allora cosa potrebbe farci un immigrato, o un pensionato o un altro tipo di acquirente e offriamo a ognuno l’auto che fa per lui”.
Prima dell’auto, però, serve la patente. Una volta arrivati in Italia, gli stranieri possono continuare a guidare con quella che avevano in patria solo per un anno, poi devono avere in tasca un documento italiano. Se ci sono accordi con il loro Paese d’Origine si fa una semplice conversione, altrimenti bisogna prendere una patente nuova, dopo aver sostenuto esami teorici e pratici alla Motorizzazione.
In passato, era più facile. Per anni, gli immigrati hanno potuto sostenere l’esame teorico oralmente, in modo da aggirare lo scoglio della comprensione di un testo scritto. Poi è sparito l’esame orale, ma le domande scritte sono state tradotte in inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo, cinese e arabo, lingue ufficiali dell’Onu. Dal 2011, però, i quiz sono solo in italiano.
”Le traduzioni costavano troppo e spesso sui termini tecnici erano imprecise o inappropriate” spiegò rispondendo a un’interrogazione alla Camera l’allora ministro dei Trasporti Corrado Passera. Inoltre, a suo dire, sarebbe stato “discriminatorio” prevedere la traduzione dei quiz solo in sette lingue trascurando quelle di altre comunità che pure sono numerosissime in Italia.
La lingua è un ostacolo, ma non insormontabile, come dimostrano le 2,9 milioni di patenti attive intestate a cittadini stranieri. Una volta in strada, però, come guidano? I dati non sono confortanti, visto che proporzionalmente gli immigrati rischiano (e fanno rischiare) più degli italiani. Rispetto a una media italiana di 7 incidenti l’anno per 100 assicurati, preoccupa l’11 su 100 registrato tra romeni e marocchini e addirittura il 13 su 100 degli albanesi.
Una delle risposte delle imprese assicuratrici è stato l’innalzamento dei premi per le Rc Auto per gli stranieri, una pratica censurata a più riprese come illegittima dai tribunali, dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali e dall’Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni. L’altra scelta, sicuramente accolta meglio dai diretti interessati, è stato un impegno nella prevenzione, con formazione specifica per gli stranieri al volante.
Due anni fa, la fondazione Ania per la sicurezza stradale ha lanciato Drive in Italy, un progetto online che parla italiano, inglese, romeno, albanese, arabo, albanese, spagnolo e cinese. In dodici lezioni, organizzate come un viaggio in altrettante città italiane, si ripassano le principali regole della strada e le norme basilari di sicurezza.
La prima linea della formazione rimane però, inevitabilmente, quello delle autoscuole. Prima che l’Italia diventasse un grande paese di immigrazione, erano affollate quasi esclusivamente da neodiciottenni, impegnati a prendere la patente nel più moderno rito di passaggio all’età adulta. Ora però a iscriversi ai corsi sono anche tanti immigrati.
Se n’è accorto da anni, trasformando questa circostanza in un business, Francesco Dabbeni, titolare dell’autoscuola Giulia 1 in via Bramante, a Milano. Ha aperto nel 2001, rilevando un’attività avviata nel 1967, in un quartiere che però è molto cambiato rispetto ai tempi in cui Gianni Morandi andava a 100 all’ora. A due passi c’è via Paolo Sarpi, siamo in piena Chinatown.
“Buona parte della nostra clientela è della comunità cinese e noi abbiamo organizzato la nostra offerta anche in base alle sue esigenze” spiega Dabbeni a Mixità . Come? “Organizzando corsi nel primo pomeriggio, quando chi è impiegato nella ristorazione ha uno stacco prima del turno serale, e prevedendo un affiancamento più lungo, perchè in genere gli immigrati impiegano più tempo a prendere la patente. Soprattutto, li aiutiamo con la lingua, che rimane un ostacolo per le prime generazioni”.
Nell’autoscuola di Dabbeni, quando si spiegano precedenze, spazi di frenata e segnali stradali, si parla insomma cinese. “Per anni abbiamo avuto un istruttore di guida cinese, Jin, il primo abilitato in Italia. Oggi abbiamo Sissy, una giovane laureanda in economia figlia di immigrati che ci aiuta con l’amministrazione, ma che è presente anche alle lezioni teoriche, per tradurre termini tecnici e altri passaggi che potrebbero essere poco chiari”.
Sono passati quindici anni, crescono le seconde generazioni, ma i cinesi continuano a bussare alla Giulia 1. “Merito del passaparola ”“ dice il titolare - ma anche della pubblicità in lingua che facciamo sui giornali e sui siti della comunità cinese, come quelli dove si incrociano offerte e richieste di lavoro. Abbiamo trovato questa nicchia di mercato, ci siamo adattati, ci stiamo bene”.
Mixità